Non siamo la Cina, per ora

Nel 2019 Soshana Zuboff ci ha suonato la sveglia.

Con il suo bel titolo “Capitalismo della sorveglianza” ha acceso i riflettori sui modelli di business basati sulla sorveglianza delle persone da parte di alcune aziende digitali.

Nel 2019 si è originata la crisi pandemica che ha determinato e sta ancora determinando una accelerazione nell’adozione di strumenti digitali da parte di persone, imprese e governi.

Cosa ci raccomanderebbe Montesquieu per evitare di correre il rischio di trovarci immersi in un governo della sorveglianza, così come ci siamo trovati immersi nel capitalismo della sorveglianza?

I primi anni nell’adozione dei servizi delle multinazionali digitali sono stati accompagnati nel pubblico da un senso di leggerezza ed euforia per i servizi che la tecnologia offriva: un nuovo mondo di possibilità entusiasmanti si schiudeva davanti a noi promettendo una efficienza comunicativa senza precedenti.

Successivamente c’è stata una fase di consolidamento: questi servizi sono entrati nella pratica normale. Sono divenuti una trama delle nostre relazioni sociali ed economiche, la cui presenza è scontata come quella di altri servizi universali quali le auto, il telefono o l’elettricità.

Solo di recente la Zuboff ha mandato un avvertimento al pubblico amplificando preoccupazioni che attivisti di tutto il mondo segnalavano da almeno una dozzina d’anni: questo entusiasmo, queste possibilità, questa adozione, acriticamente divenuta una consuetudine, aveva un lato oscuro: la nostra profonda sorveglianza e manipolazione da parte di un piccolo gruppo di grandi multinazionali.

Perché il mondo digitale si è evoluto in questo modo? Perché non ci fu una riflessione pubblica e politica sulle conseguenze a medio-lungo termine di questo tipo di sviluppo: le leggi lo consentivano e, conseguentemente, sfruttando l’evoluzione tecnologica, gli incentivi economici lo hanno abilitato.

Il 2019 è stato anche l’anno della pandemia. Salvo qualche stato orientale, la pandemia ci ha colti alla sprovvista. Di punto in bianco ci siamo accorti che i nostri sistemi analogici non bastavano ad affrontare la crisi sanitaria e che le modalità di lavoro basate sulla fisicità dovevano essere rapidamente sostituite da pratiche digitali nella sanità, nella scuola, nelle imprese, negli uffici pubblici. Di punto in bianco tutti siamo stati immersi in una dimensione digitale – nuova per molti – in cui abbiamo dovuto imparare a nuotare per continuare a vivere.

Di punto in bianco “digitalizzazione” è divenuto il nuovo mantra della politica. Con una certa foga si è passati dalle precedenti leggi per il digitale “senza oneri a carico dello Stato” a decine di miliardi di investimenti previsti nel piano PNRR.

Il modello architetturale realizzato dalle imprese tecnologiche è divenuto il paradigma per lo sviluppo del sistema digitale dello Stato: il “Sistema operativo dello Stato”, per come è stato definito.

La digitalizzazione del sistema giudiziario (a partire dalle indagini con i trojan), i sistemi di partecipazione, la identità digitale, il domicilio digitale, le App di Stato sono tutti esempi di elementi di digitalizzazione del rapporto Stato-cittadini.

Ma ci sono tre profonde differenze tra le aziende e lo Stato.
In primo luogo, a differenza dello Stato, le aziende operano in un contesto concorrenziale, per quanto imperfetto, ove vigono norme ed autorità a tutela della concorrenza, regole che i parlamenti in USA ed Europa stanno per rivedere proprio per sanare un deficit concorrenziale che si è venuto a determinare.

In secondo luogo, mentre le aziende sono soggette ad un sistema di vigilanza articolato, composto da autorità e potere giudiziario che applicano le norme previste dal potere legislativo, un App governativa è sotto il controllo del Ministro competente..

In terzo luogo, a differenza delle aziende, lo Stato ha il monopolio della forza.

Il celebre costituzionalista statunitense Lawrence Lessig ci insegna che “Code is law”: il codice software, con le funzioni che abilita, inibisce, controlla, diviene prescrittivo per i cittadini che lo usano. È sostanzialmente una nuova forma di regolamentazione viva.

Il “Sistema operativo” dello Stato non è una tecnologia neutra, puramente strumentale a supporto di alcune funzioni amministrative. È un sistema di abilitazione, inibizione e controllo delle relazioni tra cittadino e servizi pubblici, tra cittadino e servizi basati su servizi pubblici.

Quello digitale non è un apparato neutro. La Cina ed altri paesi autoritari ci stanno già dimostrando che, se centralizzato, è un ampliamento del potere dello Stato che, anche grazie all’intelligenza artificiale, ha possibilità di azione ad una velocità, con una precisione ed una scala che non ha precedenti nella storia delle istituzioni. Un potere enorme e benefico, se usato correttamente, ma anche un ganglio chiave per attacchi o utilizzi indebiti.

Montesquieu come avrebbe considerato il potere digitale? Esso non può e non deve essere considerato un mero strumento tecnologico: necessita riflessioni alte, trasparenza, checks and balances ed una architettura informatica ed istituzionale che contribuiscano ad assicurare la tutela dei diritti costituzionali dei cittadini. Si sta perfezionando il passaggio dal contratto sociale all’algoritmo di Stato, realizzato in nome di una mal riposta infatuazione per una digitalizzazione spinta la quale di fatto cela anche pulsioni occhiute. Intraprendere acriticamente oggi alcune strade, nel solco dei monopolisti digitali e di alcuni stati autoritari, potrebbe portare un domani a sviluppi indesiderati; tra una dozzina d’anni una nuova Zuboff potrebbe spiegarci come siamo passati dall’entusiasmo per i nuovi strumenti digitali alla consuetudine del controllo, da un capitalismo di sorveglianza a un governo di sorveglianza.

Lo Stato non è un’azienda; la democrazia si difende anche costruendo nei periodi di luce quelle tutele che possono servire a contrastare possibili momenti cupi.

Home » Informazione e Formazione » Riflessioni » Non siamo la Cina, per ora

Latest